11

giu

La caduta del patibolo

Posted by Ruca Matsuo as Racconti

Con una punta d’orgoglio pubblico qua il primo racconto breve che io sia riuscito a concludere degnamente. E’ stato frutto di una giornata di scrittura iniziata di getto e proseguita a rilento tra mille riletture e correzioni, ma considerando che il mio standard è scrivere dieci righe per poi abbandonare la stesura per giorni interi non pare poi malaccio.
Come la maggior parte dei racconti che scrivo (ahimè quasi sempre senza concluderli) mi è stato ispirato da un sogno, il quale si è poi tramutato in un’idea precisa che mi ha consentito di avere fin dall’inizio un perfetto quadro generale dello svolgimento da seguire dall’inizio alla fine. La storia è fluita molto bene in questo caso, ed è proprio quando ciò avviene che mi sento maggiormente soddisfatto, dato che considero la scrittura come il riportare in un’insieme di parole una vicenda che “scorre” all’interno della mente, la quale segue spesso il suo corso come fosse dotata di vita propria. Spero di ricevere un buon feedback dai commenti, ne avrei proprio bisogno!

Voglio dedicare questo mio racconto ad una persona che mi sta molto a cuore, il mio carissimo amico Adrian, persona dalla forza di volontà straordinaria e dagli ideali forti come l’acciaio che ha sempre dimostrato di tenere in grandissima considerazione il valore di una vera amicizia. Grazie per l’aiuto e il conforto che mi hai sempre dato anche quando ero preda del menefreghismo più totale. Questo racconto rivoluzionario è per te!

La caduta del patibolo

Erano le 20 circa di quella serata di maggio, calda come il fuoco che pareva scorrermi nelle vene mentre io e il mio fedele amico Armand macinavamo strada nella nostra infausta passeggiata, accompagnati dalle guardie armate. Eravamo alquanto in ritardo per lo spettacolo, cosa che non si addiceva a dei veri signori qual’eravamo considerati, né tantomeno agli usuali costumi del comandante Butcher, laido panzone dalla parlantina sgradevole almeno quanto la sua artificiosa fissazione per la puntualità assoluta, il quale faceva marciare imprecando il nostro pittoresco corteo. Il pubblico più avanti fremeva nell’attesa degli ospiti d’onore, e ciò risultava più che evidente al solo soffermarsi sulle grida concitate che sentivamo provenire dalla piazza. Mentre noi e la nostra scorta camminavamo a quello che pareva il ritmo di una marcia funebre con un allegro di troppo, mi accostai ad Armand domandandogli con sottile sarcasmo se si fosse pentito anche solo per un attimo delle scelte e delle parole che lo avevano trascinato sulla barca di Caronte accompagnato dal sottoscrivente. Domanda perlopiù retorica in quanto conoscevo Armand come si può conoscere un fratello con il quale si abbia convissuto armoniosamente per tutta la propria vita, e conseguentemente conoscevo la risposta che mi avrebbe dato. Si voltò verso di me guardandomi negli occhi, io osservai il suo viso illuminato dalle torce come se stessi osservando il volto marmoreo di una scultura concepita dal più grande degli artisti mai vissuti. Con un un sorriso a metà tra lo spavaldo e il rassegnato mi rispose dicendo solamente: <<No, Louis. Neppure per un secondo.>>
Costui era Armand. Tanta e tale era la sua schiettezza e la sua convinzione nei propri ideali da non consentirgli compromesso alcuno, nessuna retrocessione neppure innanzi alla morte. Per questo divenni suo compagno fedele ed inseparabile, per questo lo ammiravo e lo stimavo, ed ero sempre disposto a contare su di lui e a sostenere le sue cause anche quando ciò avrebbe potuto condurci entrambi sull’orlo di un precipizio. Esattamente quello che avvenne quel giorno.

In città eravamo conosciuti per essere due giovani stravaganti e traboccanti di spirito libertino, cosa che avrebbe di per sé potuto costituire un ottimo mandante per farci mettere ai ferri corti nei tempi in cui vivevamo. Ostentavamo tuttavia eleganza ed erudizione, ed essendo entrambi benestanti e gran lavoratori venivamo spesso perdonati delle nostre piccole esagerazioni, ritenendo i benpensanti di allora assai sconveniente denunciare in pubblico due così giovani esponenti della propria classe filo-borghese. Questo noi lo sapevamo bene, e così proliferavamo e ci facevamo beffe delle marionette che ci circondavano, tutte ben disposte a chiudere un occhio di fronte ai nostri sberleffi pur di non rischiare la benchè minima implicazione in scandali che potevano facilmente convertirsi in accuse di tradimento verso il regime. Certo, ci facevamo entrambi molto scrupolo affinchè non ci capitasse di oltrepassare quel limite tremendamente sottile (e al tempo stesso dannatamente suscettibile di giudizio di parte) che separava la bravata dalla calunnia, ma mantenevamo costantemente alta la nostra bandiera di sfida verso il sistema, mossi da un sentimento di insofferenza profonda che ci attanagliava l’anima ogni qualvolta posavamo lo sguardo su cittadini sottomessi a regole che ne stabilivano perfino l’umore da adottare sul proprio luogo di lavoro, persone che tiravano avanti la propria esistenza mosse solo da paura o da ignavia assoluta. Sapevamo di non essere gli unici a detestare quel compromesso infame, quel contratto col diavolo col quale già i nostri genitori e le nostre famiglie barattarono il proprio pensiero in cambio di uno schermo pieno di facile intrattenimento ed un’apparente assenza di qualsivoglia minaccia, la quale agli occhi miei e di Armand non sembrava più protettiva di una gabbia per pollame. Ma nessuno aveva il coraggio, o anche solo la voglia di protestare, e in fondo neppure noialtri volevamo gettare via le nostre vite in vano per tentare di salvare gente che non desiderava essere salvata quanto desiderava essere aggiornata secondo per secondo sui risultati del proprio sport favorito. E così vivevamo, spavaldi ma mai villani o irrispettosi, suscitando imbarazzi ma senza mai poter essere accusati di malpensiero o volontà rivoluzionaria. Eravamo pecore nere come la pece che riuscivano come prestigiatori a confondersi e scomparire in mezzo ad un bestiame candido. E tanto più il tempo passava, tanto più le nostre battute si facevano pungenti, le nostre affermazioni discutibili, il nostro pensiero pericoloso. Tutto questo in un contesto che diventava ogni giorno più rigido e intransigente al minimo accenno di disapprovazione. Era chiaro che non sarebbe potuto durare per sempre.
Di questo però non ci curavamo, e continuavamo incoscienti a tirare una corda che era ad un infinitesimo dallo spezzarsi. L’ultimo strattone lo dette Armand quel giorno stesso, quando nel bel mezzo della fiera di commemorazione che si stava tenendo nella pubblica piazza si lasciò sfuggire una battuta di troppo riguardo ai facili ritrattamenti di parole cui era solito indulgere il Sommo Cancelliere. I sostenitori di partito presenti sul posto non gradirono affatto una simile ironia, e non ci pensarono due volte prima di puntare il dito su Armand minacciandolo di immediata denuncia di alto tradimento alla Suprema Corte qualora non si fosse scusato in ginocchio rimangiandosi ogni singola parola. In quel momento tutta la mia spavalderia scomparì e rimasi impietrito dal terrore. Conoscevo Armand e sapevo che non avrebbe mai ritrattato le proprie affermazioni. Tremavo al pensiero di vedere il mio più fidato amico disteso sul patibolo, e non potevo accettare che le cose finissero nel peggiore dei modi. Accorsi quindi ponendomi nel mezzo tra le due fazioni e presi le difese di Armand, cercando al contempo di agire da mediatore affinchè i rancori si attenuassero. Non servì.
Più cercavo di parlare, più ricevevo ingiurie ed accuse di favoreggiamento a sovversivi, e la situazione rapidamente degenerò. La discussione proseguì brevemente e in modo quantomai sterile, fino a che Armand mi toccò placidamente una spalla dicendomi in tono pacato: <<Louis, lascia stare. Ormai non serve più a niente.>> C’era rassegnazione ed al tempo stesso orgoglio nelle sue parole. Lo fissai per qualche istante negli occhi; sorrideva, ed il suo sguardo era ricolmo di fierezza come sempre, anche se velato da un’ombra di opprimente tristezza. Compresi quindi qual’era l’unica cosa giusta da fare: mi misi al suo fianco, e dopo averlo guardato nuovamente negli occhi capii che aveva compreso esattamente quello che stavo per fare. Era come se mi stesse ringraziando solo con lo sguardo. Gettai quindi un’occhiata di sfida ai nostri nemici, e parlai loro in tono solenne: <<Noi non accettiamo la dittatura del Cancelliere. Né ora, né mai.>>
Quello che accadde in seguito è assai facile da intuirsi. Fummo immediatamente arrestati e condotti nelle carceri con l’accusa di sovversività e alto tradimento. Contro di noi fu eseguito un processo sommario al quale non ci fu neppure concesso di partecipare direttamente, e alla sera già ci ritrovavamo in quella piazza, a marciare verso il patibolo.
Armand e io camminavamo a testa alta, consci del nostro destino imminente ma senza voler concedere ai nostri aguzzini la soddisfazione di vederci preda dello spavento di fronte alla morte. Il nostro atteggiamento irritava il comandante del plotone ancora più di quanto egli già non fosse irritato dal ritardo sul programma. Per il puro divertimento di un’ultima burla, io e Armand ci mettemmo a parlottare tra di noi sbeffeggiandolo, e tanta fu l’indignazione del vecchio Butcher che ordinò alle guardie di somministrarci una dose di manganellate sulla schiena. Cademmo a terra piegati dal dolore, e mentre cercavo di rialzarmi faticosamente vidi che il mio amico, ancora rannicchiato su se stesso, stava ridendo. Non so dire se si trattasse di una risata di pura isteria, dettata dalla primordiale e recondita paura della morte che a poco a poco stava conquistando la mente di entrambi, o se fosse una risata di sfida, di soddisfazione profonda data dalla certezza di essere arrivati in fondo alla strada che da tempo si era scelto di percorrere con le proprie forze. Forse entrambe le cose. Forse nessuna di queste. In ogni caso non ebbi il coraggio di chiedergli nulla, vedendolo rantolare nel disperato tentativo di rialzarsi nonostante le manette che immobilizzavano quasi del tutto mani e piedi. Tentai di aiutarlo, ma non appena mi chinai verso di lui ricevetti un calcio nello stomaco dal comandante Butcher in persona, il quale rise soddisfatto vedendo le nostre creste abbassarsi di colpo sotto i colpi di quella violenza che è propria dell’oppressione dei popoli.
Dopo che Armand si fu rialzato, continuammo a percorrere gli ultimi metri che ci separavano dalla nostra meta in silenzio, senza più dirci niente. Continuavamo a mantenerci ben dritti con la schiena nonostante il dolore delle percosse, e mantenevamo il nostro sguardo fisso in avanti anche mentre attraversavamo la folla che gremiva la piazza. Io lanciai alcuni fuggevoli sguardi alle persone tutt’attorno, e ne vidi emergere espressioni contrastanti: alcune di loro sembravano molto più impaurite di quanto non fossimo noi condannati, terrorizzate al solo pensiero di fare la nostra stessa fine. Altre ci guardavano con sdegno, probabilmente convinte che i sovversivi come noi meritassero
in toto la pena suprema. Altre ancora piangevano, specialmente alcune donne, e nei loro sguardi c’era tutta la pena di chi aveva già perso persone care tempo addietro, e che adesso rivedeva abbattersi su di noi la stessa ingiustizia che loro per primi avevano dovuto subìre in precedenza.
Dal canto mio, non mi facevo alcun giudizio su nessuna di queste persone. Non avrebbe avuto senso. Mettersi a pensare se il modo in cui si stavano comportando fosse giusto o sbagliato non avrebbe fatto altro che pormi allo stesso livello dei criminali che stavano per uccidermi assieme al mio amico, e dopo essere arrivati fino a quel punto sarebbe piuttosto stato meglio rinnegare ogni mio pensiero. Sono sicuro che anche Armand la pensava allo stesso modo.
Dopo aver attraversato la folla come dei novelli israeliti in un mare di esseri umani, giungemmo infine alla scalinata del patibolo, una costruzione prefabbricata alta quasi 4 metri posta esattamente di fronte al palazzo del municipio cittadino, illuminata come un palcoscenico. La sua altezza era stata studiata affinchè dalla maggior distanza possibile si potesse agevolmente ammirare l’esecuzione, esattamente come si ammira uno spettacolo. La scena era pronta, e con essa tutte le comparse. Mancavano solamente gli attori principali.
Fummo gentilmente fatti salire – e con “gentilmente” intendo a suon di spinte e calci nel deretano – fino alla sommità della scalinata, dove ci attendeva il nostro palcoscenico. Quando fummo condotti al centro del patibolo la luce dei riflettori per poco non ci accecò, e i fischi e le grida del pubblico ci avrebbero fatti diventare sordi se non fossero subito state soppresse dal minaccioso avvicinarsi dello squadrone antisommossa pronto a distribuire percosse. Tutto attorno a noi c’era uno sparuto gruppo di guardie, capeggiate dal buon vecchio Butcher che iniziò a camminare avanti e indietro di fronte a noi. A lato del palco, alla nostra destra, la Commissione della Suprema Corte, alle dirette dipendenze del Cancelliere, stava seduta a una scrivania pronta ad emettere il verdetto formale che precedeva l’esecuzione. Era presente anche un cameraman, il quale avrebbe trasmesso la nostra fine in diretta al monitor gigante piazzato all’interno della sontuosa residenza del Cancelliere. Eravamo niente più che un istruttivo sollazzo per il nostro regime.
Ci fu un attimo di silenzio generale, dopodichè il capo della Commissione, un distinto signore in giacca e cravatta firmate dal baffetto perfettamente curato e dalla puzza sotto il naso percettibile lontano venti miglia, iniziò a leggere da un foglio il discorsetto di rito che precedeva ogni punizione esemplare. Ascoltarlo era quasi nauseante. Quel foglietto era più intriso di termini come “unità”, “fedeltà”, “speranza”, “progresso” di tutti i manifesti di regime che tappezzavano la città messi assieme. Non erano le ingiurie che ci dipingevano come traditori e quant’altro ad essere insopportabili quanto l’ipocrisia che trasudava da ogni singola riga pronunciata dalle labbra di quel piccolo ma immensamente odioso essere umano. Dopo un’arringa commovente di una ventina di minuti, il comandante Butcher prese personalmente per un braccio Armand e lo fece inginocchiare di fronte alla folla, premendogli la punta del suo taser alla tempia. Avrei voluto distogliere lo sguardo da quella scena raccapricciante, ma ero come immobilizzato in ogni fibra del mio corpo, e ne osservai tutto lo svolgimento senza perderne un solo istante. Al povero Armand non fu concesso di dire nulla. Ciò rientrava nei piani. Il sovversivo che per primo aveva osato offendere il sacro nome del Cancelliere non aveva neppure il diritto di rilasciare un’ultima dichiarazione, o di pentirsi per quanto detto. Il tutto ai fini di dare una lezione esemplare a chiunque si sentisse tentato di seguirne l’esempio. Dopo un lungo attimo di quiete assoluta, si udì uno schiocco sordo e il corpo del mio amico, che io osservavo in quel momento di spalle, si accasciò a terra senza neppure un grido.
Gli occhi mi si riempirono di lacrime e dalle mie viscere uscì un grido strozzato.
<<Armand!>>
Lo chiamai, ma era inerte a terra. Non si muoveva più. La folla sussultò in quello che pareva quasi un sommesso piagnisteo generale, mentre il corpo del mio compagno fraterno veniva rozzamente trascinato via da due guardie e portato sul retro discendendo le scale. Io ero come impazzito. I miei occhi non sapevano dove guardare, il mio corpo era percorso da brividi di paura, dolore e rabbia messi assieme. Non so come, ma continuai a reggermi in piedi. Vidi il capo della Commissione che richiamava all’ordine, dopodichè fui fatto avanzare nel punto del palco dove pochi attimi prima era stato sistemato Armand. Adesso toccava a me.
Di nuovo scese un silenzio di tomba, tanto pesante da farmi rabbrividire, e il comandante cominciò a camminarmi attorno lentamente, squadrandomi da capo a piedi, in un’atmosfera di paura assoluta e generale.
<<Allora>>, disse all’improvviso rompendo la cappa di silenzio e facendomi sussultare, <<cos’abbiamo qui? Il signor Louis Princeton, giovane di buona famiglia e di amabili costumi. Chi l’avrebbe detto che proprio una persona come costui avrebbe finito col cedere al demone tentatore dell’arroganza e dell’infedeltà? Forse che egli fu sobillato dal fascino di un demone ben più terreno, il quale prese le sembianze di un giovane che pareva avere il mondo ai suoi piedi e che adesso ai piedi non ha che delle corde da morto? Chissà, forse questo giovane così promettente era solo mosso dal nobile impeto di un’amicizia ahimè mal riposta, conclusasi nel peggiore dei modi auspicabili. Forse egli non avrebbe mai di propria iniziativa offeso e ripudiato il nostro Cancelliere come gli accadde di fare, forse fu tutto determinato da una concomitanza di eventi a lui sfavorevoli. Forse…Ma che cosa ci dice lui di persona? Suvvia, parli, Louis! Ci dica come le cose andarono realmente!>>
Anche questo fine sotterfugio rientrava nei diabolici piani della Corte. Se il primo sovversivo doveva essere eliminato senza alcuna possibilità di appello, per i suoi complici restava la possibilità di pentirsi
in extremis e di giurare nuovamente fedeltà in ginocchio al Cancelliere. In tal modo il regime si assicurava di amministrare una giustizia spietata pur mantenendo un’encomiabile facciata di caritatevolezza che ben si addiceva al comando assoluto di una divinità. Quello cioè che volgarmente si definisce pugno di ferro in guanto di velluto, il metodo più efficace di cui il regime e la sua Corte potessero avvalersi. Io ero il complice, e avevo la possibilità di pentirmi. Davanti a me si apriva un bivio: avere la vita salva e l’onore macchiato per sempre o sprofondare nell’abisso a testa alta come aveva fatto Armand. Terribilmente vergognoso a dirsi, per un attimo esitai nella mia convinzione. Questo ad Armand non fece sicuramente piacere. Rimasi immobile a guardare la folla innanzi a me, e ne fui spaventato. La gente pareva una sola, enorme bestia dai mille occhi pronta a divorarmi. Butcher mi incitò a rispondere, ed io parlai:
<<Cosa mai c’è da dire, vecchio Butcher? Niente. Assolutamente niente.>> Il vecchio e pasciuto militare rise cinicamente e mi incalzò: <<Niente? Suvvia, Louis! Sappiamo tutti come le cose sono andate realmente! Lo dica a tutti quanti che è stato solo vittima di quel mascalzone libertino! Non insista nel commemorare un’amicizia sbagliata quando ciò può costarle la vita. Non ne guadagna certo il suo onore!>>
A quel punto, improvvisamente, mi venne da ridere. Iniziai a ridere, e tra lo sconcerto generale risi e risi ancora a crepapelle fino a piegarmi in due. Avevo capito. Adesso sapevo che cosa dire. Non avevo più alcuna paura. E capii perché Armand aveva riso così prima di salire sul patibolo.
<<E’ impazzito!>> gridò il capo della Commissione alzandosi dal suo posto. Il comandante non sapeva che pesci prendere. Era esterrefatto. Alchè mi prese per i capelli gridando: <<Beh, è impazzito Louis? E’ questo che il terrore della morte rende un uomo?>>, io risposi senza un attimo di esitazione:
<<Onore? Che cosa ne sapete voi dell’onore? Come osate pronunciare una parola tanto importante, voi che avete sacrificato la vostra anima e la vostra mente al sudicio altare della corruzione e della sottomissione? Con quale coraggio parlate di onore quando avete dimenticato perfino per cosa hanno combattuto i padri dei vostri padri? La realtà, signori e signore della Corte e gentile pubblico, è che voi conoscete questa parola perché caso volle che vi capitasse innanzi sfogliando a caso un dizionario, e così facendo credete di averne compreso il significato. Errato, miei cari signori. Errato. L’onore non è qualcosa che si insegna a ripetere come bravi parrocchetti nel modo in cui tanto è caro al vostro Cancelliere. L’onore non si impara a comando seguendo degli ordini come tutti voi avete fatto finora. L’onore, miei carissimi, è quel qualcosa che nasce nel proprio spirito allorchè non si accetta di scendere al compromesso. E’ quella scintilla che vi porta innanzi alla morte senza indietreggiare, poiché vi dà la consapevolezza assoluta di essere nel giusto in quanto seguaci di credo alcuno se non quello che vi siete prefissati con la vostra sola volontà. L’onore, signori miei, è ciò che vi rende liberi! Questo è l’onore! E voi lo avete dimenticato! Gettato via come un rifiuto immondo!>>
Dopo che ebbi pronunciato queste mie parole, si scatenò un pandemonio. Il pubblico iniziò a gridare, e il capo della Commissione urlò a squarciagola:
<<Sporco traditore! Uccidetelo! Uccidetelo!>>
In un attimo il comandante mi fu addosso, cercando di immobilizzarmi con una furia indicibile. Io ancora continuavo a gridare, nel tentativo disperato di divincolarmi:
<<Voi non sapete niente dell’onore! Siete solo dei cani! Dei cani che vogliono privare il popolo della sua libertà! Nessuno ha il diritto di prendere la libertà altrui! Nessuno!!!>>
Mi saltarono addosso altri tre soldati, e mi immobilizzarono del tutto mentre il comandante estraeva il suo Taser e me lo puntava alla tempia. Mentre la folla impazzita veniva a stento contenuta dagli squadroni del regime, io capii che stava per giungere la mia ora. Ma proprio allora accadde un miracolo. Qualcosa di indescrivibilmente eccezionale.
Si udì un tonfo e un grido disumano provenire dal retro del patibolo. Prima ancora che alcuno dei presenti avesse il tempo di realizzare l’accaduto, un uomo con delle catene a polsi e caviglie irruppe gridando come solo un uomo con l’inferno ai piedi avrebbe potuto. Era Armand.
Forse la scarica non era stata sufficiente ad ucciderlo. Forse il pavimento di legno del patibolo non aveva condotto adeguatamente l’elettricità attraverso il suo corpo, ed egli era sopravvissuto. Non so spiegare come sia stato possibile. Ma quello che mi parve in quell’attimo fu che egli fosse ritornato dalla morte per salvarmi dopo aver udito le mie parole.
Accadde tutto in una frazione di secondo.
Le guardie sbigottite non ebbero il tempo di rendersi conto di quel che stava succedendo, e così non riuscirono in nessun modo a fermare la sua corsa scatenata. Armand si gettò addosso al comandante Butcher con tutto il suo peso, gridando a squarciagola una sola parola:
<<LIBERTA’!!! LIBERTA’!!!>>
I due rotolarono fino al ciglio del palco, e caddero nel vuoto. Fecero un volo di quasi 4 metri fino al suolo, per poi schiantarsi a terra fracassandosi entrambi il cranio sul selciato del municipio. Tutti i presenti rimasero sgomenti, io compreso. E dopo solo pochi secondi, la folla esplose nel caos più assoluto. I militari non riuscirono a trattenere la fiumana di esseri umani e furono costretti alla fuga assieme alla Commissione della Corte. Io rimasi da solo al centro del palco, mentre tutto attorno a me una moltitudine di persone si dirigeva al municipio urlando e sparando in aria con le armi lasciate a terra da alcuni soldati. Era accaduto tutto di fronte ai miei occhi. Armand era divenuto un martire della Rivoluzione che di lì a poco avrebbe sconquassato le viscere dell’intera città.

5 comments so far

Come ti ho già detto: carico di significati politici e scritto veramente bene, molto scorrevole!
Congrats Luca!
Voglio vederne di più de sta robba :D dimostra che non sei uno scrittore del martedì sera :P

Wow che bello!! Complimenti è davvero un racconto bellissimo, pieno di significato e scritto molto bene!
Il fatto che sei riuscito a scriverlo in una giornata e a finirlo significa che sei migliorato e che se ti impegni riesci in quello che vuoi :)
fortunato Adrian! ^_^

Senti ma, hai mai pensato di pubblicarli? Diversi anni fa ho letto alcuni ebook di latelanera.com non so come funziona per partecipare comunque magari ti può interessate ora o in futuro!

Complimenti, hai talento, non sprecarlo! :)
Quoto il Vanna, ne voglio leggere altre di tue storie!

A.

Sì, ci ho pensato eccome di pubblicarmi…prima però vorrei vedere di concludere qualche altro racconto (non si sa mai, si potrebbe farne una raccolta) e di portare avanti l’idea per un romanzo che ho iniziato da parecchio ma che attualmente non so bene come continuare…

Complimenti! Veramente bello, carico di sentimenti!
Non vedo l’ora di leggerne altri.
Continua così che vai alla grande :)

Uh, io ti avevo già detto cosa ne penso! Sembra davvero che tu abbia vissuto un evento del genere, è così pieno di sentimenti *-* Bellissimo! Fortunato Adrian davviru! x3

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